Lungo la stessa strada Un'auto nuova, una giornata di pioggia, un'amante da raggiungere, un debito da saldare, un lavoro da mantenere, una quotidianità da rispettare... Potessimo ascoltarli, sarebbero questi i pensieri del mondo: un rosario di piaceri improvvisi e dolori persistenti. Ci sono strade che percorriamo senza chiederci chi è passato prima di noi e chi verrà dopo. Ci sono persone di cui incrociamo il cammino senza chiederci chi sono, cos'hanno fatto, cosa fanno o cosa stanno per fare. Ci sono luoghi di cui non sappiamo vedere l'orizzonte... Avessimo lo sguardo abbastanza alto per coglierla, sarebbe questa l'immagine del mondo: un successione di interferenze. Franco Limardi ha pedinato i suoi personaggi, ne ha registrato le intenzioni, ha individuato gli avvenimenti nell'istante in cui si producono. Il risultato è una serie di racconti che si incrociano, si lasciano, si ritrovano e si abbandonano a formare un convincente, disperato e disperante ritratto della provincia italiana: quasi il romanzo della sua dannazione.
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Franco Limardi è nato a Roma il 6 dicembre 1959. Ha frequentato il liceo scientifico e l'Università "La Sapienza" a Roma, dove si è laureato in filosofia con una tesi in estetica su "Il concetto di cinema moderno". Nel 1991 si è trasferito in provincia di Viterbo, dove ancora risiede. Nella prima metà degli anni Ottanta è stato redattore della rivista "Cinemasessanta" e ha partecipato alla realizzazione del volume La commedia all'italiana: parlano i protagonisti, pubblicato da Gremese. Ha frequentato i corsi di sceneggiatura di Leo Benvenuti, Bob MacKee, Maurizio Marmorstein, Enzo Monteleone. Ha svolto attività di sceneggiatore e ha fatto parte dell'ANAC. Ha al proprio attivo due testi teatrali, due commedie brillanti andate in scena a Roma nei primi anni Novanta, nel circuito amatoriale. Nel 1999 ha partecipato al "Premio Calvino" con il suo primo romanzo, L'età dell'acqua (DeriveApprodi, 2001), menzione speciale della giuria. Nel 2005 è uscito il suo secondo romanzo, Anche una sola lacrima (Marsilio Black), del quale Giancarlo De Cataldo ha scritto: «Notevolissimo e assai originale, davvero un bel noir come non ne leggevo da tempo». Un suo racconto è compreso in Lama e Trama 4 (Zona, 2007), antologia dedicata all'edizione 2006 dell'omonimo premio letterario, di cui ha fatto parte della giuria.
RecensioniGiunto alla sua terza prova narrativa, lo scrittore Franco Limardi (romano di nascita e viterbese d’adozione) si cimenta con una raccolta di racconti (sette, per la precisione) che, però, si potrebbero definire un “quasi romanzo” vista la continuità che li lega. Tutti più o meno ambientati “lungo la stessa strada” (che comunque torna accidentalmente nei percorsi di ognuno di loro) sono accomunati dal destino tragico dei protagonisti, da un tono cupo del racconto e dallo stile appartenente alla scuola “noir”.
Nello schema narrativo e nella sua prospettiva collettiva, il libro richiama il primo romanzo di Limardi discostandosi, invece, dal secondo concentrato su un unico disperato protagonista.
Sono racconti sul male di vivere di personaggi senza speranza destinati, fin dalle prime righe, alla disfatta. Il rappresentante di lingerie, il giocatore fallito di calcio, l’autista del furgone blindato, l’adolescente insoddisfatto, il capo cucina di una birreria del litorale, il video-noleggiatore indebitato e il barista Quinto (anello di congiunzione tra i personaggi) sopravvivono ai margini della normalità: le loro vicende raccontano come in un attimo si può scegliere di cambiare il proprio destino (in peggio) per smettere di rincorrere l’ideale che ognuno aveva costruito intorno a sé.
Alla fine si ha l’impressione di aver letto un romanzo corale in cui la provincia, degradata e sbiadita, incombe sugli uomini e li travolge in un’ondata di desolazione. Dentro i sette racconti (scritti tutti in terza persona tranne uno, Sabbia) c’è tutta la solitudine della provincia e dei suoi abitanti: un luogo squallido, senza ideali, senza prospettive, dove si sopravvive nell’incomunicabilità reciproca, riproponendo un tempo sempre uguale a se stesso, senza via d’uscita. Dentro questo “quasi romanzo” c’è tutta la sua provincia, quella di Limardi: Viterbo, con il suo linguaggio, la sua visione limitata della vita, i suoi personaggi semplici e grossolani, legati, per l’eternità, alla paralisi, alla possibilità di allungare lo sguardo verso un prospettiva che li salvi.
Fin dal suo primo romanzo, l’autore è stato etichettato “scrittore noir”: lo è fino in fondo in questa sua visione scura della vita, senza un briciolo di speranza e nella disperazione dei personaggi. Il suo sguardo, quello di chi in provincia ci vive ma non ci è nato, taglia in due luoghi e persone senza, però, ombra di giudizio per chi giace, inerme, nella disperazione in cui si è trovato a vivere.
Lungo la stessa strada è un piccolo capolavoro di narrativa che potrebbe insegnare molto ai viterbesi su Viterbo e, per esteso, a tutti coloro che vivono in provincia sulle loro città.
Federica Marchetti, Thriller Magazine
Storie di umanità mediocre
Quando ci si sottrae alla plutocrazia dei bestsellers, che si espande invasiva nelle tv e sui banchi dei librai, si possono scoprire tesori di qualità nei cataloghi di alcune piccole case editrici: è il caso di Lungo la stessa strada, sette racconti di Franco Limardi pubblicati dalla bolognese «Alberto Perdisa Editore» nella collana WalkieTalkie diretta da Luigi Bernardi. C´è in queste storie una sorta di drammatica unità di tempo e di luogo: due o tre giorni fra l´autostrada e il mare dell´alto Lazio, fra gli squallidi piazzali degli autogrill e gli stabilimenti balneari, fra la spiaggia scalpicciata dei lungomare fuori stagione e le sale-giochi dove stazionano ragazzi con maglie e pantaloni oversize. «Loro stanno fuori davanti al bar, a sforzare la bocca e la voce con battute di sesso, a camminare stracchi verso i videopoker, a consumare pacchetti di sigarette senza piacere».
Nella prosa robusta ed espressiva di Franco Limardi prende forma artistica una umanità mediocre di «persone normali», come si sente spesso dire nelle interviste televisive dopo un delitto: un piazzista di biancheria intima, un calciatore pieno di debiti alla fine di una non irresistibile carriera, un ragazzo che pencola svogliato fra la scuola e il gruppo degli amici, un capocucina che sta per perdere il posto, un barista che serve pessimi caffè e che sta gran parte del suo tempo davanti ad un televisore senza audio e in bianco e nero... E tutti cercano un compenso ai loro fallimenti, ai loro vuoti interiori con un po´ d´amore a pagamento, con le risse e le corse in macchina, con la ricerca ottusa di soldi, col chiuso silenzio dietro cui si barricano.
Il punto focale dei racconti è il bar vicino alla stazione dove si incrociano quasi tutte le storie e che costituisce lo scenario di Caffè scellerato, l´ultimo bellissimo racconto. Lì, nel bar di Quinto, si capisce come Franco Limardi abbia saputo costruire una rete di linee che si intrecciano, attraverso le quali il lettore può cogliere sia le somiglianze di queste vite balorde che frequentano gli stessi luoghi deprimenti, sia, soprattutto, la differenza, la radicale differenza che distingue un personaggio dall´altro: ciascuno è portatore di una umanità irripetibile che costringe chi legge ad uscire dai propri stereotipi e a compiere quel gesto fondamentale che è il mettersi nei panni di un altro, il sentirsi addosso per un attimo il peso di una vita sbagliata, l´aprirsi per un po´ a pensieri e gesti così lontani da sé, ma nei quali rintraccia qualcosa che lo turba perché gli appartiene. È ciò che ci seduce e che ci inquieta nella buona letteratura: un percorso in luoghi estranei che ci ricordano qualcosa di domestico. Il «perturbante», come avrebbe detto il dottor Freud.
Alessandro Castellari, La Repubblica Bologna, 2/1/2008
Tag: narrativa italiana, Franco Limardi, Lungo la stessa strada